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Chiamò a raccolta le maree oceaniche

settembre 11, 2017

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– Poesie –

 

Si sappia insomma che verso metà secolo
la terra ebbe un sussulto e si decise
a fare il meglio che poteva fare
per una volta, forse per l’ultima volta.

Chiamò a raccolta le maree oceaniche,
i venti più famosi delle montagne,
i metalli preziosi, i fiori rari,
il Nilo, il Gange, il Plata, il Mississippi,
i ghiacciai e i deserti e i pachidermi,

e non sapendo che farsene di un tutto
tanto imponente e tanto imbarazzante,
chiese al primo dormiente che passava
per il lago del sogno universale
come vedeva lui la perfezione.

Lo chiese a me, e così fece te.

J. Rodolfo Wilcock

 

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Fatti vedere nella tua nudità

settembre 11, 2017

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– Poesie –

 

rodolfoFatti vedere nella tua nudità,
il mondo ha questo bisogno di bellezza
per diradare i pensieri cattivi
che sono sempre dei pensieri vestiti,
rendi visibile la sublimità
senza badare se desta scalpore:
non cadrà il firmamento quando cadranno
le tue mutande e la tua camicetta,
soltanto nei paesi freddi gli dei
portavano questi indumenti. Poi,
in questo Olimpo da te scelto a dimora
con tutt’e nove i colli dell’Urbe ai piedi
verrà eretto un palazzo pieno di specchi
e in ogni specchio una tua immagine riflessa,
e lì terranno le cerimonie di Stato,
i congressi, gli esami di maturità,
alla presenza della verità nuda.

Juan Rodolfo Wilcock

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Un infinito vedere il mondo e le sue impercettibili trasparenze

settembre 9, 2017

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– Poesie –

 

C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.
Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.
Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

C. Pavese, Estate

Nota di Marilena Lucente: L’estate, ha scritto Pavese, è la stagione in cui si cresce di più. Si cresce dentro l’infanzia sconsiderata, dentro il tempo che sembra dilatarsi, tra le avventuro lungo il fiume e la campagna che matura.
A questa stagione Pavese ha dedicato la raccolta di romanzi brevi, “La bella estate”, e questa poesia che fa parte di un trittico – Mattina e Notturno – nel libro “Lavorare stanca”
Incomincia con il giardino chiaro, la luce “che sa si mare”, una luce che ha un sapore, una luce che ricorda l’acqua, è c’è lei, “il prodigio d’aria”, i suoi movimenti senza rumore – respirare l’erba, toccarsi i capelli – e il suo viso. Tutta l’attenzione del poeta sul viso di lei. Anche i suoi occhi conservano un sapore, lo stesso del caldo ricordo. Le sensazioni si avvicendano come onde: sapore, calore, immagini piene di luce. Tatto, vista, gusto, olfatto. In poesia si chiama: sinestesia, questo avvicinare in modo inatteso le sensazioni. Dei cinque sensi ne manca uno. Questa poesia è senza suoni e senza parole. Manca l’udito.
“Hai nel viso un silenzio che preme il cuore”. Non arrivano le parole, ma la loro assenza che produce un effetto concreto, un tonfo nel cuore. Basta niente per richiamare il passato, per rivederlo nella goccia di un frutto.
E’ tutta fatta di occhi, la poesia di Pavese, un infinito vedere il mondo e le sue impercettibili trasparenze.

estate

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Via vai incessante dalla goccia al mare

settembre 9, 2017

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– Poesie –

 

L’amore è diverso
da quello che credevo,
più vicino a un’ape operaia
a un tessitore
che a un acrobata ubriaco,
più simile a un mestiere
che a un sentire.
Io amavo
un po’ con la memoria astrale
e un po’ con giustizia poetica,
ma l’amore
è più vicino a una scienza
che a una poesia,
ha delle sue regole di risonanza
e altre di respingenza,
ha angoli di incidenza
per profili alari e luce,
ma non ha regole per il buio
e l’assenza di ali.
L’amore è molto simile
all’insonnia,
non devi soffrirla
solo ospitarla,
lasciare che ti squassi
faccia di te un sistema nervoso
senza isolamento,
una corda tesa
di strumento musicale ignoto.
Essere temi musicali
non è una vocazione
ma una disciplina di spoliazione,
è farsi ossi
limati
dalle onde
goccia che si disfa
nel galoppante mare.

Chandra Livia Candiani, Fatti vivo

Nota di Marilena Lucente: La vita non è che questo continuo imparare e disimparare, desiderare le cose facili, imbattersi in quelle difficili, entrare in un posto, in un giorno, in uno sguardo e uscire diversi. L’amore, scrive la poetessa, è tutto questo, ma molto molto di più. è essere corda tesa di uno strumento musicale ignoto. trasformazione continua, oscillazione, via vai incessante dalla goccia al mare.

via vai

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Il primo settembre è sempre un giorno speciale

settembre 2, 2017

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– Poesie –

 

Mi sedetti
in una radura del tempo.
Era un ristagno
di silenzio, di un bianco silenzio,
anello formidabile
dove gli astri cozzavano
con i dodici fluttuanti
numeri neri.

F. Garcia Lorca, Eco dell’orologio

Nota di Marilena Lucente: Il primo settembre è sempre un giorno speciale. Una radura del tempo, per riprendere il verso di Federico Garcia Lorca. La fine dell’estate, la presenza di quello che gli resiste, e l’orizzonte di possibilità e imprevedibilità contenuta in tutto ciò che incomincia.
In questo giorno così, trovare il silenzio (o farsi trovare dal silenzio), viverlo come un bianco anello, un lungo strascico chiaro dove il sole, la luna, le stelle vanno così, smarrendosi nel tempo, se non fosse per quell’urtare casuale dei dodici numeri scuri scritti sui quadranti dei nostri orologi. Ma anche le ore, suggerisce il poeta, al di là dell’apparente fissità, sono morbide, e fluttuanti.

1 settembre

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Scendere le scale dando il braccio all’assenza

agosto 19, 2017

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– Poesie –

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

E. Montale, Ho sceso, dandoti il braccio

Nota di Marilena Lucente: Appartengo alla generazione, forse l’ultima, la penultima, che ha imparato le poesie a memoria a scuola. Nessuno immagina quanto quei momenti di cantilena ripetuta nella testa, saltellando, prima di andare a dormire, torneranno utili nella vita.
Nessuno immagina quanta compagnia fanno, nel tempo, le poesie imparate a memoria.
Questa qui, ad esempio, Montale la dedica a sua moglie Mosca (la chiamava affettuosamente così per via degli occhiali scuri, nei versi sono richiamate le pupille offuscate) racconta l’esperienza della morte, il vuoto ad ogni passo, il vuoto nel più comune e ripetuto dei gesti. Scendere le scale. Un milione di volte. Perchè spesso è la perdita la misura dell’amore. Questa poesia aiuta quando i pensieri vanno a chi non c’è più, quando i viaggi continuano senza. Quando si scendono le scale dando il braccio all’assenza, alla mancanza. E’ una poesia fatta di gesti, e di occhi da non dimenticare. Le sole vere pupille.

scale

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Sentirsi stranieri dentro

agosto 18, 2017

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– Poesie –

 

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

D. Walcott, Amore dopo amore

stranieriNota di Marilena Lucente: Succede, di dimenticarsi di se stessi. Di allontanarsi un po’, fare il giro largo, sentirsi stranieri dentro. Non riconoscersi più. Derek Walcott, caraibico, Nobel per la letteratura 1992, qui racconta la solitudine dell’uomo, la sua spinta a cercare, a cercare senza sosta. Sino a dimenticarsi di sè. Che festa, allora, trovarsi, sorprendersi, ricominciare ad amare ciò che un tempo siamo stati. Ciascuno darà il benvenuto all’altro. Vincere lo stordimento dell’inizio, come quando si ritorna dopo un lungo viaggio, mettere a fuoco i dettagli e infine riconoscersi. Invitarsi, offrire del vino, offrire del pane, avere voglia di stare insieme con ciò che siamo e ciò che siamo stati. “Rendi il cuore a se stesso”, scrive Walcott, riportalo a casa, ricco com’è di esperienza. Solo di qui, l’esistenza trae forza .
“Ma tu resisti, cuore. Almeno, intanto, vivi”. (finisce così Il nodo, un’altra sua breve, intensa poesia) .

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Anche il passato è una terra straniera

agosto 3, 2017

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– Poesie –

 

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
di questa poesia
mi resta
quel nulla
di inesauribile segreto.

G. Ungaretti, Porto sepolto

Nota di Marilena Lucente: “So del passato e dell’avvenire quello che un uomo può sapere”. Anche questo è un verso di Ungaretti, un passaggio rivoluzionario nella concezione del tempo. Non solo il futuro è pieno di incognite e incertezze, di angoli da svoltare e nessuna indicazione a fare da guida. Anche il passato è una terra straniera, un luogo in cui inoltrarsi con prudenza, con pagine strappate e passaggi illeggibili. Il tempo è ricchezza, dono, miracolo quotidiano. Ma prima di ogni altra cosa è mistero.
Quando Ungaretti scrive questa poesia, nel 1916, era stato appena scoperto ad Alessandria d’Egitto un antico porto romano. Un intero porto finito negli abissi del mare, coperto da altre costruzioni, dimenticato dagli uomini. Com’era stato possibile?
Dimenticato, completamente.
Accade cosi anche a noi? Si chiede il poeta.
C’è dentro di noi un porto sepolto? C’è una immensità di vita che può essere ignorata? Certo. Esiste, ma resiste a noi.
Il compito del poeta, tutti siamo chiamati a vivere poeticamente la vita, è quello di scendere giù, più in fondo, più dentro, e dopo tornare alla luce. Con i versi. I nostri versi, che mai possono rinunciare all’indicibile segreto da cui sono nati.
Questo mese è dedicato al tempo. E ai versi. Quelli che hanno la forza, talvolta, di reggere una vita intera.

versi
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Non tutto ciò che è umano appartiene a questo mondo

agosto 3, 2017

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– Poesie –

 

Là dove non sono mai stato, piacevolmente oltre
ogni esperienza, i tuoi occhi hanno il loro silenzio:
nel tuo gesto più delicato ci sono cose che m’imprigionano,
o che non posso toccare perché mi sono troppo vicine
il tuo più tenue sguardo facilmente mi aprirà
benchè abbia chiuso me stesso come dita,
sempre mi apri petalo per petalo come la Primavera fa
(sfiorando abilmente, misteriosamente) la sua prima rosa o se il tuo desiderio sia chiudermi, io e
la mia vita ci chiuderemo di scatto meravigliosamente, improvvisamente,
come quando il cuore di questo fiore s’immagina
la neve scendere con cautela ovunque;
niente di tutto ciò che sperimenteremo in questo mondo è pari
alla forza della tua intensa delicatezza: la cui trama
mi costringe nel colore delle sue terre,
rendendo omaggio alla morte e per sempre ad ogni respiro(non so cosa sia in te che chiude
e apre; solo qualcosa mi dice
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani.

E.E. Cummings, Nemmeno la pioggia, ha così piccole mani

Nota di Marilena Lucente: Non poteva mancare in questa raccolta di testi della vita, di poesie amatissime, questa di E. E Cummings. Poesie ricche di immagini, le sue, poesie costruite come immagini, ricche di dettagli da osservare.
Come se ogni verso dovesse spingere il lettore a guardare, a vedere il mondo come non aveva mai fatto prima, scoprendone la trama misteriosa. Qui, ad esempio: le piccole mani della pioggia, o la voce profonda di tutte le rose.
Niente grammatica, niente punteggiatura, per Cummings. Solo parole che si compongono e scompongono, che cadono e si fermano sull’orlo di una parentesi. Oltre che poeta e romanziere, Cummings era anche illustratore. Dietro ogni libro pubblicato c’è la collaborazione con i tipografi, proprio per dare la giusta composizione grafica ai suoi testi, tanto teneva alla forma grafica delle sue poesie dette anche poem-picture. “Il tuo cuore lo porto con me/ Lo porto nel mio/Non me ne divido mai”. Questo è l’inizio della sua poesia più famosa, e sicuramente la più bella, che continua così. “Non voglio il mondo, perché il mio,/ il più bello, il più vero sei tu./ tu sei quel che luna sempre fu/ e quel che un sole sempre canterà sei tu”. Come sempre, poca realtà, molta immaginazione: non tutto ciò che è umano appartiene a questo mondo.

umano

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Molto rimane come prima

luglio 27, 2017

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– Poesie –

 

Se durassimo in eterno
Tutto cambierebbe
Dato che siamo mortali
Molto rimane come prima.

© Bertolt Brecht

bertolt

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